Associazione Domenico Scarlatti - Napoli - Progetto





Progetto

I confini da riscrivere

Biblioteca dopo biblioteca, manoscritto dopo manoscritto, inedito dopo inedito, siamo ormai obbligati a riconsiderare le dimensioni e il peso della musica del ‘700 Napoletano. Non esperienza marginale, alla periferia dell’impero che ha per sua capitale Vienna, ma informata scelta stilistica.

I concerti di Leo e Porpora precedono quelli di Haydn e Mozart, le sinfonie di Alessandro Scarlatti sono precedenti a quelle di Stamitz: dopo i risultati raggiunti da Durante, Jommelli e Domenico Scarlatti, non era immaginabile che fosse calato il buio, che la produzione teatrale avesse esaurito ogni energia, ogni estro inventivo. I nostri compositori viaggiavano, ascoltavano, leggevano: perché mai le loro orecchie dovevano restare refrattarie allo spirito nuovo della musica europea e viceversa? Questo rapporto di ascolto, reciproco e reciprocamente fertile, è ribadito sin dal titolo del progetto:Napoli nel settecento Musicale. Una provocazione, ma ormai corretta.

Logroscino, De Majo, Fiorenza, Andreozzi, Auletta, Guglielmi: nomi che si affiancano ad altri più conosciuti – Anfossi, Pergolesi, Provenzale, Durante, Jommelli, Cimarosa, Leo, Piccinni, Sacchini, Scarlatti, Porpora, Paradisi – formando una galleria di protagonisti che, soltanto pochi anni fa, riusciva difficile immaginare così numerosa e consapevole. Anche da questa vicenda si può imparare quanto siano approssimative quelle disinvolte ricostruzioni che, come capita ai confini innaturali decisi sulla carta ai danni di qualche disgraziato paese, pretendono di definire date, periodi, limiti, schemi. La musica, invece, ricostruisce il suo percorso attraverso una serie di derive, influssi, idee rubate ovunque è possibile, novità che diventano norma. Non si consumano invano migliaia di chilometri lungo le faticose strade europee del diciottesimo secolo: Paisiello va a Pietroburgo, Mozart scende a Napoli dopo esser risalito fino a Londra, Domenico Scarlatti raggiunge Madrid e poi Lisbona, Anfossi Parigi e Londra, Cimarosa passa per Varsavia e ascolta “polacche”…
 
Nei compositori, nei linguaggi che gli stessi hanno espresso, appaiono, improvvisi come incisi tematici, modulazioni più aspre, colori incupiti, echi di questa nuova sensibilità che sotterra le graziose maniere e riesce a trasferire sulla pagina musicale quel principio fondante del pensiero moderno che è la dialettica, il confronto, lo scontro tra due idee, due temi. Ma è presente nella loro musica anche, e con maggior frequenza, il persistere di quel fiammeggiante, visionario monotematismo che rimane un tratto caratteristico del comporre italiano del tempo; ornamenti, fioriture, virtuosistici deliri che dalla gola di un cantante passano alla tastiera di un cembalo o di un fortepiano, alle corde di un violino. Il Settecento non aveva coniato il termine “surrealismo”, eppure praticava con gran piacere l’arte del verosimile, della trasformazione prodigiosa di un’idea, di un segno.

Se i recuperi del gusto rispondono a motivazioni anche complesse, ma mai gratuite, questo ostinato insistere su un’unica idea, accompagnato sempre ad una rapinosa soavità melodica, sembra capace di affascinare la nostra sensibilità di contemporanei.
La crisi della ragione illuminista, l’innamoramento, oggi così diffuso, per l’estro capriccioso, schiudono l’opportunità di una meno distratta frequentazione degli autori e delle idee della civiltà musicale napoletana di quel periodo sospeso tra due opposte tentazioni: resistenza al nuovo, oppure anticipazione del nuovissimo?